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La paura del terremoto



Il terremoto ha arrecato alla mia splendida cittadina, Ascoli Piceno, un danno reale, come nella privazione
. Il danno simbolico può essere calcolato in case inagibili o aspiranti tali. Poi c’è il danno immaginario: la frustrazione. Al livello reale è la paura che marchia la pelle.
La paura, come il reale, non è la stessa per tutti.
Poi la frustrazione è aumentata dal sentirsi abbandonati, presi in giro, sfruttati, sentirsi delle nullità perfino di fronte a chi ha il potere di mandare uno spazzaneve: la neve, le nuove scosse e la valanga dell’hotel di Rigopiano hanno aggravato tutta la situazione. Crolli, allagamenti, danni. Altri morti.
Il 18 gennaio è stato per molti un mercoledì del terrore.
Nessuno pensava al terremoto, era freddo, la nevicata era abbondante.
Se ne parla a lungo nelle sedute di analisi. Solo pochissimi ci fanno su solo qualche battuta, sbirciano per un po’ di tempo le crepe, entrando. Tutti gli altri ci spendono più tempo, delle lacrime, dei racconti. Ma non più di tanto.
Nelle sedute, però, non ci sono segni persistenti, di questa paura, che ha inequivocabilmente segnato tutti noi.
Nessuno ha paura di tornare. Il mio studio si trova al centro di Ascoli che è stato quasi tutto danneggiato, ma anche chi viene da zone più serene, non si pone alcun problema di rientrare, di riprendere il lavoro.
La scossa ti dà appunto una scossa, che è anche scossa di godimento, è difficile non tornare a riviverla, soprattutto se siamo capitati proprio in quel momento, imprevedibile, in cui si sono manifestate diverse scosse, di contro, nella localizzazione, del tutto previste.
Zweig scrive che rinnega come scrittore tutto quello che aveva scritto prima di incontrare, a Vienna, anche se da famiglia privilegiata, la prima guerra mondiale.
Non c’è modo di conoscere se andando avanti e senza guerre sarebbe arrivato lo stesso a quella scrittura, sta di fatto che Stefan Zweig di guerre ne ha conosciute due, anche la seconda guerra mondiale, anche se non tutta, perché ha deciso di suicidarsi, con la moglie.
Il testo che più mi fa pensare alla paura è un piccolo libro di Zweig che si chiama Paura, ma poco o nulla c’entra con gli effetti tellurici, si tratta di una donna che subisce un ricatto perché non si riveli al marito che gli è stata infedele. E’ strano come l’angoscia per il godimento fuori norma somigli così tanto all’angoscia legata a un fenomeno naturale.
Ecco un altro dolore che non ha alcuna spiegazione e che non si sopporta.
Ecco un altro baratro da cui distogliere lo sguardo, ma non le mani. In quei giorni quasi tutti parlavano di quello che avevano visto in TV, le bocche e le facce si riempivano delle tragedie degli altri, dappertutto risuonavano dettagli macabri, dappertutto meno che là dove raccoglievano cose, dove si davano da fare. Lì non erano pezzi di corpi a infilare collane di parole, ma “serve questo”, “dove mettiamo quello”, “ce n'è abbastanza di quell'altro”. Mi sono sentita fiera di essere umana. E della mia terra.

L’unica cosa di cui aver paura è la paura (Marilyn Monroe)
Chi ha paura, si salva (detto popolare)

Certo che tra i due estremi, non ci si può ridurre né all’uno né l’altro, visto che se senza paura si rischia di andare a fari spenti nella notte, ma se si esagera dall’altra parte si finisce come uno dei protagonisti di Inside Out.
Il compito principale di Paura è di proteggere Riley, la giovane adolescente protagonista. Il primo giorno nella sua nuova scuola, Paura appoggia sul tavolo un enorme colonna di fogli che rappresentano tutti i modi in cui potremmo morire oggi.
Il Carnevale di Ascoli è antico, e famoso per le sue caratteristiche maschere, create dai cittadini su temi locali e internazionali, spesso giocate sui doppi sensi del linguaggio e sulla plasticità del dialetto nell’improvvisazione di piazza.
Già alcuni bambini delle scuole primarie erano mascherati da torri (Ascoli è detta la città delle cento torri) e ondeggiavano cantando “Guarda come dondolo….”
Tra le scenette sul tema c’era l’improbabile sfida tra la scala Mercalli e la scala Richter per stabilire la magnitudo delle scosse e il patrono Sant’Emidio che vuole tornarsene a Treviri, suo luogo di origine, perché il duomo è ancora chiuso per il sisma.
Per ora l’unico edificio che sembra meglio aggiustato è lo stadio della città, come critica un’altra maschera: Pe li strade ‘n se passa ma lu stadie ‘n se lascia. Per le strade non si passa ma lo stadio non si lascia.
La mia preferita resta La “messa” in sicurezza, che gioca sul doppio senso tra il nome della cerimonia e l’agognato participio passato, tutt’ora, per quasi tutti, un miraggio.
In psicoanalisi l’etica è al di sopra di tutto, come altrove.


Ascoli Piceno,
04032017
succo dell'intervento al Convegno Slp, Torino, 2017 




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