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Come sopravvivere alle Scuole di Psicoterapia


Bè, devo dire la verità, se avete superato il primo quadro: Come sopravvivere alla facoltà di Psicologia, questo sarà una passeggiata.
Se scegliete con il cuore, con la mente e con il corpo.
Io ho frequentato l’Istituto Freudiano, presidente Antonio Di Ciaccia, che, insieme a Baio, erano, senza offesa, i miei preferiti. Me ne piacevano altri, ma non dico i nomi, perché poi, sbadata come sono, ne dimenticherei qualcuno.
Insomma il livello culturale e la raffinatezza clinica erano molto alti, non di tutti, ma in una percentuale nettamente superiore dell’Università. 

Per una come me, come direbbe a ragione, mia madre, che non è figlia di principi, ma abbastanza folli da continuare a investire nella mia formazione, il problema non è tanto sopravvivere alla scuola di psicoterapia, da loro sponsorizzata, ma al lavoro, che, visto il sangue non reale, comunque mi toccava fare. In più di due tipi obbligatoriamente: uno retribuito e uno no. Sì il famoso anno di lavoro gratis che la legge continua a esigere dopo cinque anni di Università, in attesa della svilente esperienza finale, finale per modo di dire, dell'esame di Stato.
Facevo un lavoro, nemmeno a dirlo, stressante e malpagato, per 3-4 ore al giorno, di interviste telefoniche, mentre svolgevo il mio tirocinio all’Università.
Il Prof. Accursio Gennaro insegnava Psicologia della Personalità, lui aveva già inserito un capitolo di Lacan nel suo manuale, su cui poi umilmente mi chiese consulenza, un uomo colto, un bravo professore. Solo che l’Istituzione è l’Istituzione. Quella.

Si entrava in una struttura che ti faceva venire la claustrofobia. Aprendo una porta a vetri, ridotta all’osso, si entrava in un corridoio, con i soffitti bassi, più bassi degli altri. Controsoffitti di cartongesso a scacchi 50x50, alcuni mancanti o, peggio, morsicati, da cui pendevano come serpenti-alien, tubi neri da impianti elettrici.
Un corridoio pieno di gente come te, o, peggio, studenti, spesso in attesa per ore, sulle scomode sedie lungo il corridoio.
E i professori o gli assistenti ’anziani’ : creature varie, su cui però avevo fatto una statistica: la percentuale, tra professori e di gente del simile potere, che mi salutava e mi riconosceva saliva vorticosamente se, invece di tuta e scarpe da tennis, indossavo vestitini e tacchi. 
Una delle prime porte nel corridoio era la nostra. Porte tutte uguali, bianche, incorniciate da un’austera lineetta di metallo; ovviamente ce ne sono da entrambi i lati. 
Manco a dirlo la maniglia è quella a cilindro, in cui bisogna premere e spingere contemporaneamente. Azione che rimane difficile a chiunque, sano di mente, abbia dovuto affrontare quel percorso, come Alice nel paese della Melanconoia.
Aperta la porta: una stanza. Piccola per lo scopo a cui doveva servire: quattro professori universitari, quattro cattedre, di nome e di tavoli, con tutto il circondario di ricercatori, assistenti, tirocinanti e studenti. Per fortuna allora non giravano genitori, oggi non ne sarei così sicura.




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