Non mi ha censurato nessuno fino adesso.
Ma esiste l'Altro, che non mi fa parlare come vorrei io.
Già ma chi sono io?
...una psicoanalista
Andiamo bene...
Chi è?
E' l'Altro che parla.
Certo potrei elencarvi una serie di persone che l'hanno detto Bè, non mi piacciono gli elenchi. E poi che differenza fa? E' l'Altro che sceglie, sotto forma di fantasma, zombie o vampiro.
Come dice Lacan, la verità sull'iniziazione è che non c'è iniziazione.
Ma questo non ci toglie dal doverla rifare tutti i giorni. Lacan diceva:la passe la faccio ogni giorno. La passe si passa tutti i giorni.
DACCI OGGI IL NOSTRO RITO QUOTIDIANO
padre nostro, che sei nel cielo, perché sei evaporato, come ha detto Lacan. No, no, le precisazioni sono importanti Il padre è evaporato poi non è così felice come i Nomi-del-Padre.
I Nomi-del-Padre è grandioso, mette d'accordo tutti, volendolo.
Il padre non è il padre reale, è un Significante, così può andare bene tutto. Ma qualcuno, o qualcosa, si metta tra la madre e il bambino. Che il godimento è diviso dall'Altro solo a chiacchiere.
La storia dei Nomi-del-Padre, ultima teoria di Lacan nella sua geniale reinterpretazione topologica dell'Edipo di Freud, dal Nome-del-Padre ai Nomi del Padre.
Ma questo Virginio Baio non me lo disse, me lo mostrò e la sua lingua è vicina alla poesia come alla psicoanalisi. Non siamo una cosa sola, al di là di come ci guadagniamo da vivere.
(quello che segue è il mio Commento al testo di Stefano Romualdi, per la Segreteria Slp di Rimini, 08 giugno 2017)
Il Nome-del-Padre aspira, fin dall’inizio dell’elaborazione di Lacan, a diventare una funzione simbolica. Non è legata, solo, al padre reale, quasi dall’inizio. C’è una storia incredibilmente chiarificante per spiegare la funzione del Nome del Padre come un operatore significante, purché esso faccia presa sul desiderio materno. Questo aneddoto clinico me lo raccontò Virginio Baio nel 1991, quando andai a visitare l’Antenne 110 a Bruxelles. C’era un bambino, Marck, che non era in posizione psicotica, mi spiegava Virginio con dolce fermezza. Marck andava spesso in giro per il giardino dell’Antenne con una palla in una carriola. Una volta andammo a giocare a pallone in cortile. “Quanti siamo?” mi chiede. E io: “Due, io e te.” Lui: “E’ no, siamo in tre, io, te e il pallone”. Virginio spiegava, con semplicità e poesia, come Marck non avesse un vero padre. La madre era una tifosa sfegatata dell’Anderlecht e non si perdeva anche le trasferte dell’amata quadra, in pulman. Lei raccontò a Virginio Baio, allora direttore terapeutico dell’Antenne 110, che in alcune di queste trasferte le era capitato di fare sesso con qualche altro ultrà, ma che non poteva proprio sapere chi potesse essere il padre di Marck. Eppure la funzione paterna era comunque operante nel bambino, nella forma del genitivo soggettivo, come desiderio materno, non tutto incentrato sul bambino, ma, in qualche modo particolare, comunque, regolato dalla passione del tifo calcistico e sotto la forma del genitivo oggettivo: la palla. “Il Nome del Padre, diventa costruzione di un Nome del godimento”, oltre che operazione d’impuntitura è “una nominazione di godimento come sua possibilità di essere negativizzato e introdotto come plus-godere”. Anche da qui si arriva ai Nomi del Padre, come ci testimonia palesemente Marck. Ma c’è fin dal principio, nel Nome del Padre, una doppia conseguenza, da un lato, la scelta dei propri significanti, da un altro, il resto di godimento, di reale; impossibile da dire, da scrivere, da soddisfare. Il discorso del Seminario XXIII è un po’ come un tetto che vola via o un pavimento che viene improvvisamente meno: Lacan fa tremare come una foglia la sua stessa concettualizzazione sulla significazione paterna e la clinica basata sulla diagnosi differenziale, ma rappresenta un punto fondamentale con cui dobbiamo confrontarci, come analisti, così prezioso perché la psicoanalisi di Freud e Lacan possa traghettarci anche nel XXI secolo.


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