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Ultimi miraggi. Ultimo atto

L'io è l'insieme dei pregiudizi dell'uomo, in un'analisi il soggetto arriverà oltre il muro dell'immaginario, ne scoprirà l'impalcatura di ferro all'interno del cemento armato. L'impalcatura simbolica delle sue identificazioni stratificate. L'ideale dell'io e l'io ideale, ad ogni successiva mossa dello strip immaginario che l'analisi impone. E sotto il vestito niente. Gli ultimi abiti saranno solo un paio di significanti, loro danno la lente con cui si guardava il mondo. Una moglie infedele che crede di avere i seni più belli della città, un ragazzo che corre contro il padre sulla macchina che il padre gli ha comprato, un manifestante che manifesta contro un sistema che lui si è inventato, costruito, plasmato. Un nemico invincibile, se non con il suicidio, che dice Lacan è non volerne sapere. Perché fa così paura? Perché il reale è così senza senso senza pietà senza argini come nessun incubo può descrivere essendo già l'incubo protezione al reale. Eppure una volta lì, siamo liberi, per quel poco che si può, liberi almeno dalla schiavitù di un lavoro, per un altro, il nostro io. Poi si può scegliere recuperare le vesti stracciate, ricucirle, rattopparle, spinti da una necessità consapevole e non da un macchinoso inconscio modo di procedere che ci fa dimenticare anche l'amor proprio pur di far brillare il fallo che crediamo d'avere o di essere. Sordi ciechi e muti abbiamo vagato anni girando in tondo intorno a un paio di parole che contavano per noi, senza saperlo. Una volta consumati gli ultimi miraggi anche la disperazione è preziosa, anche il dolore è gelosamente sostenuto perché nostro e di tutto il genere umano. Connessi tutti, ma per cosa? Per trovare un'etica nei confronti del nostro desiderio e del rispetto dell'altrui. Solo l'etica ci può salvare, né la tecnica, né l'anestesia né l'annegare in questo mare, che non è né dolce né speciale. Una piccola zattera e ponti di comunicazione e se anche mille volte al giorno la zattera si rompe e i ponti si sfaldano, noi pazienti a ricostruirli, noi sempre al lavoro, ma per non ricadere nei mulinelli, per non rattristarci, per non cedere.
L'io è la somma dei pregiudizi. Gli ultimi miraggi si finiscono di consumare in un ultimo atto, quello che passa l'analizzante a essere analista. Adesso basta, basta soggetto supposto sapere, basta cercare, ora è il momento di fare, con quel piccolo bagaglio che una volta ci pesava come un macigno ci chiudeva come una prigione e ora ci spinge come un motore e ci sostiene come una pelle che impedisce a milioni di cellule di disperdersi. Un io ancora ci sarà, relazioni immaginarie, identificazioni, proiezioni, negazioni, intellettualizzazioni, che non saranno difese, ma le uniche mosse possibili, e non vorremo privarci del privilegio di volta in volta di scegliere. Ogni secondo scegliere da che parte stare e non c'è via di mezzo o si è oggetti o soggetti. Se poi vorremo concederci ancora il rischio di essere oggetti, che sia almeno deciso e non ce ne lamentiamo, come una donna tra le braccia di un uomo, come un bambino tra i seni della mamma, come un cane randagio che sceglie per un pranzo il suo padrone.
L'astronave degli alieni è già sulla terra, da sempre, da quando il primo uomo ha usato la paura degli altri uomini per sedare la propria.
Ha finto di avere capito e di detenere un segreto, un sapere segreto, che può proteggere dal rischio di essere umani.

Tieni la paura, fai sosta prima del valico,
da il mondo è vedovo, Paola Turroni

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