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Un mare che si muove appena

 

 

“Io non sono contro nessuna delle forme, nemmeno le più estremiste della contestazione”[1]

Lacan, 1968-69

 

 

Questa frase di Lacan mi ha colpito. Sembra più scandalosa ora, di allora. Molto poco politically correct. Immaginate se lo dicesse qualcuno oggi…

Al termine di questo seminario, il XVI, Lacan, che ha 68 anni, viene sfrattato dall’Ècole normale supérieure, che lo aveva ospitato per sei anni. Il suo insegnamento viene additato come “mondano”, “non scientifico” e ‘incomprensibile a chi abbia una normale costituzione”[2].

Mi chiedo cosa ci fosse in questo seminario di ulteriormente ‘pericoloso’ da essere gentilmente invitato a sloggiare…

Come un pantano, sebbene sembrasse meno avvincente degli altri seminari, mi ha lasciato tuttavia catturata. Mi sono chiesta il perché e mi sono risposta. Lacan dice delle cose, in questo seminario, tra un Pascal e un Fibonacci, su quello che contemporaneamente accade, la contestazione, ma soprattutto quello che segnala della modificazione del mondo; cose che sono incredibilmente, tristemente, profetiche su ciò che viviamo in questo momento. Come Pasolini, Lacan ci sbatte in faccia quello che ora è visibile a ciascuno: l’omologazione del sistema capitalistico e la fine del sacro.

 

Siamo come un mare che si muove appena. Aspettiamo. C’è chi non si muove affatto, conta pure le parole e chi si abbandona a sproloqui di certezze incerte. Ci nutriamo di numeri o li schiviamo come coltelli, siamo ballerine che non ballano, attori che non recitano, suonatori che non suonano. 

L’arte non è produzione, senza avere creato quasi mai, quasi più, assembramento. L’arte parla tra le onde. In analisi anche si tratta di onde, anche se sembrerebbe non si tratti che di significanti. Lacan nel seminario XVI ripete che “l’essenza della teoria psicoanalitica è la funzione del discorso (…) senza parola”[3]

“Corpo e cervello trovarono un accordo, che schiacciò il cuore. Ma il cuore lanciò un grido.[4]

Uno dei punti fondamentali di Lacan è l’aver dimostrato che il mondo dei significanti è bucato, fallato in partenza, fallito, se va bene.

Nella falla c’è il discorso senza parola. Lì pulsa il cuore.

“Dato che la possibilità del soggetto (…) è sospesa al luogo dell’Altro, è quanto mai importante sapere che ciò che dovrebbe garantirlo, ovvero il luogo della verità, è a sua volta bucato.”[5]

La verità parla solo dal suo posto, cioè tra le righe.[6] Il lockdown ha fermato le narrazioni correnti, ha fatto parlare la verità. A chi ha avuto fegato per ascoltarla e ha avuto cuore per compatirsi...

Un certo Ray Dalio, ho letto in un articolo di Paolo Barnard, è il padrone di Bridgewater.Bridgewater è un Hedge Fund. Un Hedge Fund è un fondo d’investimento dove i multimiliardari del Pianeta mettono fortune con lo scopo, da una parte di proteggerle da rischi, ma paradossalmente dall’altra di azzardare scommesse finanziarie mozzafiato per decuplicare i guadagni. Bridgewater è oggi il più potente Hedge Fund del mondo.” [7] Perché non sbaglia mai, finora.

Il modello di Ray Dalio aspira a far diventare i lavoratori di questo pianeta, lui compreso, come una Machine, così parla, “ma proprio alla lettera, perché Ray sostiene, ripeto, che solo un orwelliano lungo processo di aggregazione, limatura ed eliminazione degli errori e degli autoinganni, e quindi solo eliminando le falle umane di cui lui e noi tutti siamo zeppi per causa dell’Amigdala emotiva, cioè divenendo Machines, si ottiene l’efficiente vittoria perpetua nella competizione.”[8] Via un’educazione orwelliana, così parla!!, diventeremo tutti come macchine azzerando o quasi l’effetto dell’amigdala colpevole ahinoi del nostro difetto: provare emozioni.

Il modello di rieducazione del personale si basa su tre principi:

1. Trasparenza

2. Verità assoluta

3. Relazioni forti

Ognuno è continuamente trasparente, spiato, registrato dalle telecamere e tutto è continuamente visibile a tutti; se non in bagno. Si invita a parlare male dei colleghi. E le relazioni sono forti, negative, ma forti. Così chi sopravvive annulla le proprie emozioni.

Questo matto cattivo intende poi registrare i suoi dati in un programma che continuerà a gestire la sua creatura anti-amigdala dopo la sua dipartita.

Insomma questo la storia degli androidi l’ha capita al contrario, casco Dalio, il problema era insegnare agli androidi a provare emozioni, non il contrario. Quello era il sogno.

Chi già non si è portato avanti nell’azzeramento delle proprie emozioni, avrà sentito, in quarantena, quel sentimento tanto bistrattato che è l’autocompatimento. Pagine di buoni consigli che dicono come l’autocompatimento sia assolutamente da evitare. Che stupidaggine: i sentimenti, tutti, ci rendono umani. Noi nasciamo androidi in effetti, caro Ray Dalio, solo che il nostro scopo non è azzerare le emozioni, ma conoscerle, tutte, e crescere fino a conoscere anche i sentimenti, tutti. Anche la compassione per se stessi. La compassione ci rende umani e tra gli umani per cui provarla ci siamo anche noi.

Benvenga se nella serrata di marzo-maggio abbiamo avuto fegato, cervello e cuore per compatirci; era il momento per farlo. I rapporti con la famiglia, con gli amici, sono stati messi sotto giudizio peggio che a Natale. Per non parlare del rapporto con noi stessi e con la nostra solitudine. Possiamo facilmente reagire con l’ansia, la disperazione, la depressione, la scissione. L’altro giorno un bambino di 11 anni ci ha detto, fermando il nostro lamento:

“Voi siete stati fortunati: avete vissuto il periodo più lungo senza guerre.”

“Al sicuro perché ricco, lui pensa” Scritto in un’opera di Basquiat.

Forse sappiamo meglio cosa facciamo del nostro tempo. Vivere soli in casa, in particolare consumare oggetti da soli è disumanizzante, anche avere una socialità solo in famiglia è straziante, osceno sovraesporsi gli uni agli altri.

Cosa ci ha ritirati progressivamente in casa, emergenza virale a parte? Gli oggetti domestici facilitano il loro consumo solitario, meno riunioni, meno assemblee, meno tempo libero passato in compagnia.

I mezzi di produzione ormai condizionano “realmente la pratica del piacere”, così scrive Lacan già nel seminario XVI[9]  e “liberando gli schiavi (…) li incatena (…) al plusgodere.”[10]

“Macchina cominciò a lavorare con farina di fame.” Così canta il poeta José Craveirinha.[11]

“Di fronte a queste cose che cominciano ad apparire ineluttabili, è del tutto inutile lasciarsi deprimere. Bisogna, anzi, a maggior forza, reagire.”[12] Così diceva Joyce Lussu.

Fare qualcosa insieme. Il problema c’era da prima dell’emergenza pandemica. Un po’ chiusi in casa, rinunciatari della vita prima di fare le proprie puntate, stanchi di ansia e stress, perfino i giovani si rifugiavano sotto al plaid. Un plaid precoce endemico.

Desiderio di uscire e impossibilità a farlo in vario modo s’intrecciano con la legge. Il diffuso ritiro sociale si è aggravato dopo la quarantena. La mimica facciale non aiuta e gli occhi sono affamati se non spenti, impauriti o disperati.

Ci proviamo ci vediamo non sappiamo già più che fare, le regole cambiano in fretta, le trasgressioni pure. Sogniamo di tornare a dormire davanti alla tivvù. Ascoltare, condividere, giocare. Senza odori.

“Non è ideologia, non è religione, l’oppio dei popoli è l’omologazione.”[13] Come aveva detto Pasolini, il capitalismo è riuscito in ciò in cui il fascismo aveva fallito. Per esempio, come spiega Bollorino[14], dal 2008 in poi c’è stat la diffusione di massa degli smartphone, che ha acuito l’isolamento sociale, eppure sembra impossibile pensarsi senza telefonino, proprio per la paura, paradossale, di sentirci più soli. Così senza la tivvù, il pc, la play-station e la pay-tv.

Non è semplice bloccare la folle corsa della macchina capitalista, non è facile perfino fare la raccolta differenziata figuriamoci regolare il riscaldamento, ridurre i metri quadri o mangiare quasi solo verdure. Soprattutto non sarà una passeggiata fare accettare ai super-ricchi che non lo saranno più.

 “Se da qualche tempo non si fosse così persuasi (…) che il cristianesimo non è la verità, si sarebbe comunque potuto ricordare che per un certo tempo, non insignificante, lo è stato, e che ha fornito la prova di come attorno a ogni verità che pretenda di parlare come tale, prosperi un clero che è inevitabilmente menzognero. Allora io mi chiedo davvero perché a proposito del funzionamento dei governi socialisti si cada dalle nuvole.”[15]

Il socialismo è solo all’inizio. Alcune utopie si concretizzano, si produce eticamente, si coltiva seguendo i ritmi della terra, si tenta di fare impresa sui rapporti, non sugli standard, fare scuola sull’accoglienza e non sulle aspettative, cura sull’anima e non sul difetto.

Se il virus sarà ascoltato sarà preso come un avvertimento. La nostra presenza non è gradita alla terra, lo sarà di più se riduciamo il nostro impatto o addirittura ci rendiamo utili all’ecosistema. La vergogna dovrebbe imperare sugli animi umani, ma che paghino il giusto e non anche il plusvalore.

Modificando sempre di più il modo di consumare, quindi cambiando i mezzi di produzione si rivoluzioneranno anche i modi di godere, quindi di vivere.

Joyce Lussu diceva che i primi matti, da combattere e non da curare, sono quelli cattivi che spolpano il pianeta e sfruttano gli esseri umani. Per prima cosa non si può morire di paura. Gli adulti diano il buon esempio e non si rendano schiavi delle leggi di mercato. Gli adulti si facciano vedere felici e combattivi, questo annuseranno i figli. Vorranno vederci lottare e se possibile vincere. Proprio perché siamo genitori non possiamo non fare qualcosa: non si vive di solo pane e laurea. Maturità è partecipazione.

Per la mia bisnonna la vecchiaia non era neanche possibile che il lavoro e le pene s’erano portati via tutto, anche la vita. Non era più semplice invecchiare, allora. I maestri odiavano lo stesso la gioventù, ma si sfogavano a insulti e vergate, non a scoraggiamenti e frasi lugubri. Le botte fanno male ma anche le parole. Come se non debba sopravvivere la speranza.

Senza illusioni si può educare, senza ideologie si può rispettare, senza religione di può anche amare. Senza sacrificio totalizzante si può essere madre.

Come dice chiaramente Di Ciaccia, in un video su psychiatryonline[16], in mancanza del Nome-del-Padre, ci resta la segregazione. Una forma di segregazione è il campo di concentramento, ma anche una famiglia, una segregazione ben diversa se ci si assume il ruolo di adulti e si scommette sull’amore.

Padri e madri regolati, non perfetti, ma che non estromettono la pulsione, non tagliano fuori il corpo e il desiderio in nome di un sacrificio, schiacciante per il figlio.

Cosa può bloccare la folle corsa del capitalismo selvaggio, acefalo e suicida? Solo una comune azione, una volontà unitaria, che non pretenda però di spiegare tutto, di coprire ogni cosa e saturare una mancanza, che è invece fondamentale.  

Quel “Dio inestirpabile non ha altro fondamento se non quello di essere la fede nei confronti dell’universo del discorso, il che non è certo poca cosa.”[17]

Quel dio non può essere uno per tutti. Ma ognuno che riempia il vuoto a suo modo. Non c’è altro modo che uscire dal vittimismo che diventare attivi e non più passivi, reagire e non subire. Ma non si può fare se si è schiavi del godimento autistico, servi della ripetizione, sordi generatori della stessa sofferenza, di cui si ignora l’origine. Ma non si può fare che con un ampio relativismo:

“…è a partire da un certo grado di relativismo (…) riguardo non solo ai costumi e alle istituzioni, ma riguardo alla stessa verità, che può cominciare a porsi il problema dell’etica.”[18]

 C’è, per esempio, la psicoanalisi per rimescolare le carte della vita, anche quando la vita ci ha inchiodati a un godimento mortifero ripetitivo e acefalo, che ci riduce a macchine che riproducono lo stesso schema, che ci fa soffrire, ma in cui facciamo fatica a riconoscere la nostra possibilità di fare diversamente.

Ognuno ha la propria verità, ognuno i suoi usi e costumi, ma insieme possiamo fare resistenza alla pulsione di morte che, alleata al profitto, devasta la terra, senza che nessuno davvero lo voglia. Voglio un’utopia che sia di ciascuno, perfino di tutti.

 



[1] J. Lacan, Il seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro (1968-69), Einaudi, Torino, 2019, p. 233.

[2] Ivi, p. 429

[3] Ivi, p. 8.

[4] A. Piergallini, Sciawerta, inedito, 1997.

[5] Ivi, p. 53.

[6] Ivi, p. 61.

[8] Ivi.

[9] J. Lacan, Il seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro (1968/69), Einaudi, Torino, 2019, p. 108.

[11] J. Lussu, Tradurre poesia, Robin, Roma, 1998, p. 124.

[13] A. Piergallini, Ma gli umani servono domestici elettrici?, http://www.psychiatryonline.it/node/8895

[14] Francesco Bollorino, Cambio di Paradigma, https://www.youtube.com/watch?v=7y21Wn2GsU8

[15] J. Lacan, Il seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro (1968-69), Einaudi, Torino, 2019, p. 169.

[18] Ivi, p. 187.

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