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Joyce Lussu, la sibilla casalinga

 

 

 

 

Di fronte a queste cose che cominciano ad apparire ineluttabili, è del tutto inutile lasciarsi deprimere. Bisogna, anzi, a maggior forza, reagire. Conservo la mia capacità di reazione ma anche il mio equilibrio, allorché dico: ‘Di fronte a tutto questo, io provo a far qualcosa’. L’unico rimedio, in qualsiasi situazione, anche nella più sciagurata, è provare ad agire contro[1]

 

 

Joyce Lussu è una donna straordinaria, nata nel 1912, a Firenze, poetessa, scrittrice, traduttrice, partigiana, attivista, ecologista e femminista. Mi viene da sorridere quando ripenso che mio padre la prendeva un po’ in giro perché si faceva chiamare col cognome del marito, il più famoso Emilio Lussu, eroe della resistenza, fondatore del Partito Sardo d’Azione e scrittore di Un anno sull’altipiano e Marcia su Roma e dintorni.

Il nome all’anagrafe era Gioconda; il prete si rifiutò di scrivere Joyce, che gli sembrò troppo esotico. Il suo cognome da nubile era Salvadori, ma Joyce non era poi così strano, visto che sua nonna materna era una nobile scrittrice inglese, Margareth Collier. Il padre invece faceva parte dell’aristocrazia marchigiana, ma rinunciò ad alcuni dei suoi privilegi, perché non condivideva il fervore di suo padre per il nascente fascismo, di cui fu tra i primi finanziatori, così trasferì la sua famiglia, la moglie e i tre figli, prima a Firenze e poi in Svizzera, dopo avere subito un pestaggio dalle camicie nere.

Alcuni privilegi però la famiglia Salvadori doveva averli conservati, perché Joyce andò a studiare filosofia a Heidelberg con Jaspers e si laureò prima in lettere alla Sorbona, poi in filosofia a Lisbona. Nel frattempo era stata in Africa sposata con un fascista da cui si separa dopo due anni e pubblica una raccolta di poesie che gli viene presentata da Benedetto Croce.

Dal 1938 Joyce si unisce alla lotta clandestina e conosce il già mitico Emilio Lussu, di cui s’innamora, anche se tra i due c’è una differenza di oltre 21 anni, ma lui non vuole legarsi, convinto che un rapporto sentimentale non sia coniugabile con le sue scelte di politica attiva. Joyce però non si dà per vinta e lo rincorre per l’Europa, dimostrandogli di non essere di peso, essendo una donna combattente, pur rimanendo, anzi forse diventando una donna. Nel 1946 Joyce pubblica il suo avvincente e agile resoconto della lotta clandestina, accanto ad Emilio: Fronti e frontiere. Una delle scene che mi ha più colpito di questo romanzo d’amore e resistenza è quando descrive come trasformava le case di passaggio che occupavano.

 

Dovunque mi trovassi, anche per pochi giorni, mi davo un gran da fare per rendere più casa possibile qualsiasi ambiente, disponendo a mio modo mobili e oggetti, cucendo tendine e cuscini, lucidando, acquistando mazzi di fiori anche nei periodi di maggiore ristrettezza. Amavo le faccende domestiche e la cucina, che trovavo riposanti e distensive[2].

 

Quando l’abbiamo conosciuta e frequentata con una certa assiduità, era vedova da un pezzo. Joyce aveva conservato un grande amore per la casa, la cucina, l’ospitalità. Era femminista, ma fiera della particolarità femminile di accudire, accogliere, nutrire. Il modo di essere femminista di Joyce non era omologato, non aveva timore di dichiararsi una felice casalinga. Era polemica e interrogativa anche su quello che il femminismo aveva concretamente portato alle donne, senza mai abbandonare la lotta, anche per la parità dei diritti. Per esempio scriveva:

“lo strillo femminista, in polemica non solo con i partiti tradizionali, che non avevano saputo proporre alla donna altro che lo stress del doppio lavoro”[3].

Nasce un figlio e dopo qualche anno Joyce abbandona la politica; come dice in un’intervista, è stufa di essere considerata ‘la moglie di’ e dell’atteggiamento maschilista dei compagni.

Parte, d’accordo con il marito e con il figlio, per la Sardegna, terra di Grazia Deledda, unica donna italiana a ricevere il Nobel per la letteratura.

Iniziò, quindi, a girare il mondo: Albania, Turchia, Curdistan, Cuba, Cina, Algeria, Congo, Angola, Mozambico. Posti dove nessuno conosceva Emilio Lussu e lei era la moglie di nessuno.
“La società italiana mi insulta e mi squalifica, mi tratta da subalterna, come una persona che vive del riflesso di un’altra, mi riduce a un’appendice. Perciò sono costretta a reprimere le mie aspirazioni domestiche, e a partire per il Mozambico”. La cosa curiosa è che sul passaporto aveva sempre scritto ‘casalinga’, come le fece notare il marito un giorno.[4]

Comincia a viaggiare per il mondo da sola, cercando i poeti non ancora tradotti, non solo artisti, ma attivisti, uomini d’azione, perseguitati e spesso incarcerati dai regimi totalitari. Si dedica alle traduzioni, attività in cui eccelle e che viene testimoniata dal prezioso libro Tradurre poesia[5]. Cerca i poeti rivoluzionari del terzo mondo, attraverso avventurosi e spesso pericolosi viaggi; li traduce, pur non conoscendone la lingua, ma usando quelle che conoscono entrambi, se ve ne sono. Il più famoso è il turco Nazim Hikmet, ma anche il curdo Gegherxhìn o l’angolano Agostinho Neto, Ho Chi Minh, José Craveirinha…

Dopo la morte dell’amato marito, Joyce torna a vivere nella tenuta di famiglia a S. Tommaso (Fermo), nelle Marche, continuando la sua instancabile attività di poetessa, scrittrice, attivista, con i Verdi, divulgatrice di un pensiero pacifista e libero, mai rassegnato. Joyce amava i giovani, a loro si è dedicata assiduamente, facendo molte conferenze e incontri, anche nelle scuole.

La sua più famosa lirica, che si trova in ogni antologia, è Scarpette rosse, che parla dei bambini uccisi nelle camere a gas e che ha ispirato anche la celebre scena del cappottino rosso nel film in bianco e nero Shindler’s list.

Per Joyce, lezione che aveva imparato anche da Hikmet, era fondamentale usare parole ‘quotidiane’ nelle poesie, parole che tutti potessero capire. La sua poetica parla anche dell’amore, per il marito, soprattutto, ma anche per i nipoti, la nuora, l’umanità e anche per il suo unico figlio maschio, forse il rapporto più contrastato.

 

chi di voi dirà
siccome iersera mi amava
mi amerà?
chi andrà a fronte alta
sotto il sole alto
pensando all’altro
con la certezza solare
di saper amare
di saper farsi amare?
è sempre solo un baluginare
tremante ai margini del giorno
un tramontare un albeggiare
l’amore non ha mezzogiorno[6]

 

Avevo conosciuto Joyce in quarta elementare. Il merito è di mia mamma che mi portò a svariate conferenze, tra cui, quel giorno, quella di Joyce, che parlava di storia come non avevo mai sentito nessuno farlo, in cattedra. Mia madre parlava di storia in quel modo, ma non l’ascoltavo dal banco o da una poltrona imbottita della sala conferenze di San Benedetto del Tronto.

Joyce era bella, portava magnificamente i suoi anni e il suo stile mi conquistò immediatamente. Era un mix di femminilità combattiva e mascolinità provocatoria. 

 

Se dio non ne sapeva abbastanza, non aveva senso che ne sapesse la scienza, se l’aldilà era perduto, si spegneva anche il furore della manifestazione, ma Cybil riaccendeva gli animi, sostituendo il dottore con la sibilla, la biologa con gli occhiali scesi sul naso con la strega dalle gonne colorate e i fazzoletti a fiori, gli inni presero la musica di una poesia, la ribellione il volto di una donna con gli occhi da gatto e il naso incredibilmente aristocratico.[7]

 

Ero una scrittrice, diceva lei. Magari ero anche d’accordo, ma soffrivo e volevo smettere, soprattutto volevo saperne di più. Poi, francamente, della scrittura mi interessava relativamente, era un ripiego, come le vignette che le avevo disegnato durante la conferenza e che l’avevano conquistata immediatamente, irrevocabilmente, a meno di una costante, fino ad allora, inconoscibile: la mia scelta della psicoanalisi. Avevo 19 anni e avevo scelto di andare in analisi a Roma e frequentare la facoltà di psicologia. Joyce non me l’ha mai perdonato.

La psicoanalisi la interessava per nulla, Freud forse le era davvero un po’ antipatico, ma il punto era un altro: la lotta. In quel momento per lei coincideva con la lotta per salvare il pianeta. Non era chiaro, come ora, che il pianeta, una volta estinti noi, per merito nostro, portandoci dietro un’infinità di specie innocenti, si rigenerà come e più di prima. Non aveva alcun senso, secondo lei, studiare psicologia, ma anche lettere, materie che potevo studiare sui libri. “Fai biologia marina o qualcosa che serva a salvare il pianeta” cominciò a urlarmi contro, una volta fallito il suo seduttivo invito a cena con platea. Fantastica la mia amica, che mi ha trattato come tale, da quando avevo dieci anni. Ero abituata ai suoi attacchi di collera, in cui urlava e bestemmiava contro chi non viveva come diceva lei, a volte anche impulsiva e violenta con la voce, ma mai si era scagliata contro di me.

Da allora fu un tripudio di scenate, ogni volta che ci vedevamo. Chiamava a casa e io staccavo l’orecchio dalla cornetta del telefono, poi cominciai a farmi negare. Tanto era così, non mi accettava più. E io non avrei rinunciato al mio progetto, perché ascoltare la sua ira?

 

“I matti ci sono”,

mi ha detto una ragazza amica mia

dal cuore grande così

che vuole dedicare la sua giovane energia

ad aiutare deboli e infelici

e studia lettere e filosofia

psicologia sociologia pedagogia

all’università di Roma

“I matti ci sono

Voglio occuparmi di loro”

“Certo i matti ci sono, ho risposto io,

divisi in due categorie:

ci sono i matti senza potere,

feriti e mazzolati

terrorizzati

dagli incubi di simboli imposti

di autorità indiscutibili

di violenze legalizzate

di menzogne legittimate

di scenari di stragi e desertificazioni

espropriati senza scampo

della gioia di vivere;

pedagoghi sociologi e psicologi

danno una ricucita

alle loro ferite

spalmano un po’ di pomata

sulle bruciature di terzo grado

e li ributtano nel loro mondo di incubi

che non hanno modificato.

poi ci sono i matti con potere

arroganti e trionfanti

ministri e generali

gestori della bomba atomica

vescovi che brandiscono

croci e roghi e altri strumenti di giustizia

come la sedia elettrica,

direttori di multinazionali

che aiutano il terzo mondo

con bidoni di scorie radioattive

gente decisamente non normale

con capacità intellettuali di una gatta in calore.

E governano il mondo col puro terrore

Di vendette belliche ed economiche.

Son questi i primi matti da curare

togliendo loro il potere.[8]

 

Questa poesia è inedita ed è stata scritta per me. La sua ultima mossa pacifica per convincermi a non farlo è stata questa poesia, di cui vi faccio dono, come lei fece a me. Mi invitò a cena, in un agriturismo bello, rustico e raffinato; insieme a una ventina di persone, che in parte conoscevo, lesse questa poesia, dichiarando che era per me, e me ne fece dono. Era scritta su due fogli di carta riciclata, a mano. Mi trattò come una persona importante, come mi aveva trattato sempre, da quando mi aveva conosciuta.

Nel 1992 uscì il libro Streghe a fuoco, a cura del fotografo Raffaello Scatasta, in cui Joyce aveva raccolto anche alcuni scritti suoi e di alcune delle donne che apparivano nelle foto, che erano state esposte l’anno prima, a Venezia. C’ero anch’io tra quelle pagine, una poesia e tre racconti brevissimi, tra cui una Cenerentola svogliata e ironica, il mio stile era ed è fortemente influenzato dalla Lussu, l’ironia che mi contraddistingueva anche prima si faceva forza e mi aveva insegnato a usare le parole della vita quotidiana, cosa che a sua volta, diceva di avere appreso da Nazim Hikmet, che le aveva consigliato di usare le parole che tutti avrebbero capito.[9]

Nel testo c’è una poesia di Joyce che mi colpì per la sua leggerezza e il suo coraggio, il cui inizio ogni tanto continua a venirmi in mente:

 

Quando prenderò la rincorsa

per il gran tuffo nell’aldilà

non è detto che arrivi tutta intera

secondo regole sportive

delle gare di velocità

Magari nel tragitto avrò perduto un occhio

o il timpano di un orecchio o l’uso di un ginocchio

o qualche altro pezzo

di me

ma pazienza! perché

tanto ci si arriva lo stesso[10]

 

Anni dopo andai a trovarla, era quasi cieca, meno aggressiva, ma riprese a dirmi le stesse cose. Le dissi che le avrei dimostrato che la psicoanalisi non era maschilista come diceva lei, ma non sapevo cosa dire di mio, così tacevo. Solo provai a ripeterle, come avevo già fatto, che soffrivo. Ma la mia sofferenza le sembrava solo languida pigrizia; e da un certo punto di vista, aveva anche ragione. Poco cambia.

Per qualcuno è indispensabile fare una serie di giri intorno al proprio ombelico, come avrebbe detto Joyce, indispensabile per soddisfare una curiosità che ti divora, per soddisfare la quale, sei disposta a tutto, o quasi. Per lenire un servilismo di cui nemmeno conosci l’esistenza, ma la intuisci, perché ne paghi il prezzo. Un prezzo di dolore troppo alto, che ti impedisce di essere quello che sei, te ne freghi se sei brava, brava per chi? Brava per fare che? La rivoluzione per me non poteva essere che quella dell’analisi.

Una perdita di tempo, ma anche una scommessa: che ci sia un posto, almeno uno, dove sia possibile tutto questo folle giro, perché la prima vittima che volevo aiutare ero io, anzi l’unica. Una volta ‘guarita’ avrei ripreso le mie attività, perché no, anche la scrittura, ma soprattutto avrei ripreso a fare l’unica cosa che m’interessava davvero: resistere, resistere, resistere contro ogni forma di totalitarismo, da quello del fantasma a quello della globalizzazione e del capitalismo selvaggio.

Poi lungo il percorso ho scoperto quanto mi sentissi a mio agio col desiderio dell’analista e sto ancora studiando per poterti dimostrare, cara Joyce, che la psicoanalisi non è così maschilista come sembra, almeno sta camminando bene in questa direzione. Con Lacan, soprattutto con la lettura che ne fa Miller, abbiamo che la posizione dell’analista è sempre una posizione femminile, che più che l’invidia del pene c’è l’invidia per la procreazione e per il godimento supplementare. Insomma come con la lettura della psicosi, Lacan ribalta la prospettiva. Ma Freud, pur con i suoi pregiudizi, in fondo non era stato affatto maschilista, che già il concetto di roccia della castrazione, per entrambi i sessi, ci dimostra che per entrambi, si tratta di rinunciare a qualcosa, per potere soffrire meno.

La società contemporanea ha trasformato tutti in aspiranti perversi, così almeno piace al libero mercato. La perversione vende e le persone provano ad imparare quello che giova a una sola struttura, ma non agli altri. Poveri esseri umani, all’alba di una nuova era, che coincide con la loro eliminazione, per mano degli stessi, orfani di dio, schiacciati dalla scienza, eccoli in fila dal perverso a imparare come si gode. Ma, come dice ossessivamente Lacan nel seminario XX, il godimento non è il segno dell’amore e solo l’amore consola. L’amore in tutte le sue forme, naturalmente. E se c’è qualcosa che Joyce mi ha insegnato è l’amore per l’umanità, la fiducia nel miglioramento, sempre e comunque. Ora è finito il tempo di studiare il proprio ombelico, ma non quello di permettere che lo facciano altri. Joyce cara anche questa è resistenza!

 

Però debbo confessarti
in seguito a mia esperienza quarantennale
che si sta molto meglio in due che da soli
si dorme meglio si mangia con più appetito
si lavora con più convinzione
purché la sera si abbia voglia di discutere
il mondo e la giornata trascorsa
anziché guardare la televisione.[11]

 



[2] J. Lussu, Fronti e frontiere (1944), in Storie, il lavoro editoriale, Urbino, 1986, p. 16.

[5] J. Lussu, Tradurre poesia, Robin, Roma, 1998.

[6] J. Lussu, da Inventario delle cose certe, Fermo, Livi, 1998, p. 80.

[7] Da Sciawerta, 1998, mio inedito.

[8]  J. Lussu, S. Tommaso (Fermo), 1991, inedita.

 

[9] R. Scatasta, Streghe a fuoco, Transeuropa, Ancona, 1992, p. 28.

[10] Ivi, p. 18.

[11] J. Lussu, da Inventario delle cose certe, Fermo, Livi, 1998, p. 87.

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