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Sopravvivere alle feste. 2




"il poeta dice prima dello psicoanalista" (Lacan)
"Prima dei poeti parla la vita" (Merini)
Prima della vita parla la


Nessuno regge i fischi degli abitanti del suo cervello. Nessuno ha tutti applausi in testa e può anche capitare che l’applauso continuo si trasformi in fischio continuo. Il web non aiuta l’intersoggettività, peggio con i telefonini. Mangiamo per curarci, il nostro tempo libero è per curarci. Pet-therapy, tangoterapia, abbraccioterapia, cromoterapia, aperitivo-terapia, fiasco-terapia… Gli androidi di “Gli androidi sognano pecore elettriche” siamo noi.
E a tutto questo, si aggiunge il Natale. In pieno clima di stress emotivo ci sottoponiamo a sforzi digestivi sovrumani. Con i succhi gastrici che ormai scorrono prolissi nei cunicoli più dimenticati del corpo, possiamo perfino accettare il paradosso numero 1: per sorvolare le feste occorre santificarle.
A pagina 7 del Seminario XI, Lacan scrive che la politica consiste nel negoziare. Non siamo certo stati bravi a negoziare se ci troviamo così soli a Natale. Quindi:
1.       Ricordati di santificare le feste; ossia: festeggia.
Lo so, avete l’impressione di averla già sentita. Ma non c’è guida alle feste che non comprenda questa piccola regola basilare. Da soli no. Negoziate, male, poco, pigramente, distrattamente, ma negoziate.
Nel 1964 Lacan tiene il Seminario XI dopo avere ricevuto la scomunica dall’ International Psychianalytic Association. Su alcuni di noi le feste hanno sempre anche un effetto di scomunica. La sensazione che la festa la facciano a noi. Per quanto possano andare bene, portano con sé la sindrome del vittimismo di chi ama o crede di amare, senza essere ricambiato. Bene che va ci frulliamo di nostalgia, io credo di farmi mare nel tentare di ricordare il sapore dei ravioli spolverati di cannella di nonna Ninetta, rimpiccolire nello strazio di allucinare un abbraccio di mio padre.
E siccome anche “Le luci e il calore di Natale sono a carico nostro”, come ha scritto Fabio Cikognoski su Facebook, si rischia di più di sprofondare, come se le voragini del pianeta fossero tutte tra il nostro stomaco e la gola. Insomma un gran godimento, una stagione, anzi un Natale all’inferno.
La scomunica è un significante-scusa per attaccarsi a Lacan, come l’edera al muro, per sentirsi vicini, esclusi dai cori delle chiese, dai cenoni affollati, dalla scuola di psicoanalisi.
Pronti a ricominciare. Inventare. A pagina 9 Lacan sottolinea come l’oggetto di ogni scienza cambia, nel corso della sua evoluzione. Anche i festeggiamenti è bene che cambino.
2.       Variare qualcosa dei riti. 
     Ridare dignità alla parola (p. 20). Ridare dignità è mantenere vivo, cosa possibile solo nel cambiamento.
     3. Occorre essere puri, come l’animo dell’alchimista (pag. 11) e come il desiderio dell’analista.
“Socrate formula di non sapere nulla se non ciò che concerne il desiderio. (…) Ebbene, anche in Freud, è del desiderio come oggetto che si tratta!” (p. 15)
La nevrosi guarita è una cicatrice dell’inconscio, dice Lacan a pagina 24 e aggiunge: “Credetemi, nemmeno io la riapro mai senza precauzioni.” Quindi, durante le feste:
4. Non riaprire le cicatrici.
“L’inconscio di Freud non è affatto l’inconscio romantico (…) delle divinità notturne” (p. 25). Sempre pronto a “sottrarsi di nuovo, instaurando la dimensione della perdita” (p. 26). “Così l’inconscio si manifesta sempre come ciò che vacilla in un taglio del soggetto, da cui ricompare all’improvviso una trovata che Freud assimila al desiderio.” (p. 28)
Questo gioco pericoloso si fa in analisi, oppure come fece Freud con Fliess, insomma appoggiandosi, anche a torto, a qualcuno, ma mai sotto le festività.
‘Lo statuto dell’inconscio è etico’, come titola un paragrafo Miller, nel capitolo successivo. Ciascuno, una volta letta la trovata dell’inconscio, saprà darne il valore che merita.
“Il desiderio (…) trova (…) il suo limite, ed è nel rapporto con questo limite che si sostiene come tale, superando la soglia imposta dal principio di piacere.” (p. 32)
E il desiderio è indistruttibile, al limite sarà il soggetto a distruggersi nel saltare la soglia del principio di piacere; quindi:
5.       Non esagerare.
“L’eredità del padre è quella indicataci da Kierkegaard – è il suo peccato”. Pagina 35.

(Foto di Giulio Paci, 2019)


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