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Poesia di dopo-Natale

Ho fatto il presepe. Volevo fare l'albero. Ho un bambino di tre anni che invoca l'albero di Natale. A dire il vero anch'io preferivo fare l'albero, la luce, la fantasia. Il presepe è tradizione.
Nello scatolone delle cose di mia madre. Io le butto, vedi un po', se li vuoi tu, qui c'è l'albero, con le decorazioni. Invece c'era il presepe. Quello storico che facevo con mia nonna. C'era tutto: la casetta, la cometa, tutti i personaggi, erano anche troppi per lo spazio che avevo.
Ho provato pure a farlo tradizionale, che già i miei genitori avevano inserito la prima variazione, cioè la capanna con il bambino, Giuseppe e Maria, erano già composti in una casettina, e vestiti da nobili fantastici del seicento.
Poi mi mancavano le montagne e le ho fatte col boa di struzzo di quindici anni fa e la carta stellata è stata sostituita da un sole cocente, sfondo di un set di soldatini western che poi sono stati quasi di diritto infilati nel presepe.
Mio figlio mi ha detto, dopo averlo smontato per tre volte:
mamma non mi piace.Voglio l'albero.
Però mi ha pure detto entusiasta come quasi sempre quando riconosce le cose: anche all'asilo ci sta!
Il presepe comunque c'è.
Tanti auguri
natale è passato
nessuno passa niente nulla passa nessuno
a Natale ci si stringe un po' perché fa freddo
e perché non sai più cosa guardare se le decorazioni o lo spreco energetico di lucine a intermittenza che punzecchiano le strade e alcune le foderano a metà, strascichi di elettricità ad alto consumo.
Mio padre toglieva sempre la spina all'albero di Natale, consuma, Annalì.
Pensare concreto, ecco cosa fanno le sibille

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