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Zeroipocrisie

 


Ho appena visto la miniserie di Zerocalcare. Bravo. Una storia così ben scritta non si ascolta tutti i giorni. Te lo meriti tutto il tuo successo. Si vede che ci lavori sulle cose. E si vede che non vuoi far stare male la gente. “Il punk è parte della mia vita: io sono 'straight edge', il che significa che non bevo, non fumo e non mi drogo". Non è certo solo per questo che la tua lucidità traspare tutta, eppure non ci sbatti la vita in faccia come fosse una pugnalata, sei dolce e attento a metterci sempre una sorpresa, una battuta e tanti nostri eroi, io ho 11 anni di più, ma mi sono riconosciuta quasi in tutto e mi hai fatto piangere, poco e ridere, di più; non penso sia tempo perso averti visto, oggi, per cui spero che non t’offenderai se mi permetto di usare Zero come mi pare.

Non potendo parlare dei miei pazienti, mi permetto un uso psicoanalitico dello splendido protagonista di Strappare lungo i bordi, per cui, come ho scritto, leggetemi solo se l’avete vista perché voglio scrivere col cuore, e devo essere libera di non strappare lungo i bordi, quindi di spoilerare, se mi capita. Volevo farlo, all’epoca, anche con La mia vita disegnata male di Gipi, che ha la profondità e l’onestà intellettuale de Il male oscuro di Berto, su cui ho lavorato e che è dichiaratamente la sua storia-caso clinico, pubblicato anche per difendere la psicoanalisi. Solo che l’ho prestato, ma lo consiglio.

Strappare lungo i bordi fa ridere, è proprio attento a non deprimere nemmeno. Insomma, caro Michele-Zero questo accade solo ai grandi personaggi e ai grandi artisti, di servire anche noi poveri psicoanalisti, costretti a vivere dietro la grata del segreto professionale: anche perché sei fantastico nel non imbellettare la storia di ipocrisie. Quasi iperrealistico pur con tutti i vantaggi del cartone animato. Ecco, pure, perché Zerocalcare, nome fantastico.

Zero è il degno erede di Zeno, anche lui non è proprio l’eroe tipico, ossessivo, antifallico, colpevole solo di non riuscire ad amare, l’oggetto d’amore non si trasforma mai in oggetto di godimento, restano nel limbo dell’amicizia lui e Alice. E lui si sente colpevole di non essere andato oltre e di avere non-visto i tentativi di lei di provarci. Potremmo dire, con Lacan, che non ha seguito il suo desiderio. Lui ama lei e non ci prova mai, sebbene ne abbia innumerevoli occasioni. E quando se ne accorge succede il colpo di scena migliore di tutti: le voci che fino a quel momento sono tutte interpretate dalla sua voce, anche se contraffatta, diventano voci di altri e, guarda caso, l’armadillo se ne va, la sua coscienza, gli lascia una tregua; almeno fino al prossimo fumetto. La voce dell’armadillo è l’unica che è doppiata da qualcun altro ed è Valerio Mastandrea. Tanto per spiegare bene che “l’io non è padrone a casa sua” e che il nucleo dell’io è paranoico, cose che aveva già scoperto Freud, ma Lacan ha proprio fatto capire per bene, a chi vuol capire, che il nucleo dell’io è sempre paranoico, quello di tutti.

Zero diventa grande solo allora, ce lo dice forte e chiaro, senza urlare, senza risparmiarci nulla, nemmeno quella palestra tremenda, ci fa vivere sulla pelle nostra tutto il suo dramma, quello del dubbio amletico che ora non ci diverte più come ad es. pizza margherita vs. pizza stocazzo. Ora è triste perché è vero che Zero non ha colpe, ma è vero anche che ne ha. Non ce le risparmia. Il reale quando viene fa sempre trauma e la scomparsa di Alice, insieme alle indispensabili parole dei due amici, fanno aprire gli occhi a Zeno, che almeno si vede e vedendosi, può, in un certo senso, vedere anche i suoi amici. Questo è il finale. Wo Es war soll Ich werden. Gli artisti applicano questa formula da prima di Freud, almeno nelle opere. Si parla sempre e solo del personaggio, non si fa l’analisi agli autori, tramite le loro opere, anche su questo Lacan è preciso. Quindi parlo di Zerocalcare, ma non è Zerocalcare il fumettista, è il protagonista di questo specifico fumetto animato.

Zero è uno Zeno molto diverso da Zeno, non ha più (e meno male!) la pressione fallica dell’identificazione maschile tradizionale, ma anche Zerocalcare è meno solo di Zeno, ha i suoi due amici e poi ha i Centri Sociali, ha una comunità, la cui bandiera sventola e dà ossigeno alla sua particolarità. Non c’è illusione di rivoluzione, nemmeno amorosa, ma, forse anche per questo, qualcosa cambia.

L’autoironia Zeno ce l’aveva già tutta, solo che Zero ha il linguaggio dei cartoni animati che permette il dispiegarsi più libero e salvifico dell’arte e anche una più ampia comprensione e diffusione.

Zero ci dice con tatto che per crescere occorre semplicemente crescere, che non è facile, che non abbiamo un cartoncino da strappare lungo i bordi, ma da strappare come ci pare. Solo che qualcosa si deve strappare, anche il bambino che voleva che tutto restasse com’era, dovrà diventare un uomo, pian piano, dovrà fare delle scelte. E non solo la pizza margherita. Zero ce lo racconta come farebbe una mamma amorevole, leggendo le favole, la sera, contraffacendo le voci di tutti i personaggi.

Ma qui la mamma è una grossa chioccia, come tutte le mamme nell’adolescenza, deve essere quanto di più lontano da sé, anche se la sua bontà non è mai messa in discussione. Viene disegnata come un animale, come molti altri personaggi, di solito marginali. Tipo la famiglia lucertolone fascistoide di Roma Nord. Ma anche lui è un animale da piccolo, quando diventa merlo. Gli animali sono anche personaggi ancora meno persone, loro sono più scisse di Zero, che ha comunque la sua consapevolezza, lui si vede, come scisso, con l’armadillo, mentre questi, bambini, ma anche adulti, sono il loro animale-coscienza. Questo lo spiega meglio Zerocalcare in Rebibbia Quarantine, il cartone prodotto per Propaganda live.

Fantastico anche quando dice: praticamente scrivevo sotto dettatura di un avvocato. L’inconscio che spadroneggia a casa dell’io, come riassume Lacan la scoperta di Freud. L’armadillo è anche un po’ la coscienza, l’Altro, il sintomo, tanto è vero che, alla fine, dice tregua, non addio. Più il soggetto è consapevole e più l’armadillo va in vacanza, direi che analiticamente è l’inconscio reale tanto più si fa beffe dell’ignaro soggetto.

Perché lui non se ne andrà mai, del tutto, ma ogni nuovo giro intorno al proprio sintomo, come accade in analisi e in ogni nuova presa di coscienza della serie animata, cambia qualcosa e non cambia in quello che pensi o dici, ma nel reale: nella modalità di udire le voci altrui o si può passare da uomini ad animali e viceversa, ma un conto è essere l’animale, un conto è portarselo dietro. Zero non prova mai a liberarsi di questo animale, ma impara a ubbidirgli meno. Non scriverà alla sua prossima innamorata sotto dettatura del suo inconscio che vuole preservare l’altro, ma imparerà a disattivarlo se questo rischia di modificare in maniera del tutto imprevedibile il suo presente. Esserne meno in balia.

La serie è già stravista e stra-amata. Non cambia il mondo, ma cambiamo noi, il nostro rapporto con i nostri amici, con noi stessi, con le nostre debolezze. Cambiano i tempi e un uomo può essere uomo in modo diverso, prendere in giro gli stereotipi, dichiararsi debole, a corto di testosterone anche solo per pensare di fare a botte. Cambiano le aspettative.

Zerocalcare ha frequentato una scuola francese a Roma che sembra costi 6000 euro l’anno, anche se la retta, visto che la madre è francese, non l’ha pagata. La formazione classica non è che l’elemento in più, perché Zero ha portato la voce delle periferie a Netflix, ha portato lo spregio contro i prepotenti del mondo gridato con voce bassissima, e sappiamo tutti che le parole gridate si scrivono nella pelle delle persone solo come tagli, mentre ascoltiamo chi ci parla delicatamente. Arriva il suo messaggio; proprio senza esagerare, senza mentire e senza trasformarsi in predicatore, Zerocalcare educa davvero.

Ho letto un commento social, una persona, che aveva sofferto per il suicidio di un’altra, chiedeva che all’inizio della serie fosse messo un avviso che si sarebbe parlato di suicidio e lo stesso proponeva di fare per altri film etc, per esempio con le malattie.

Sì sarà un manicomio, una prigione-manicomio. Vi immaginate se l’allerta fosse messa all’inizio di Anna Karenina? E quante ne dovrebbero scrivere per i Fratelli Karamazov? Un allegato di allerte. Una prigione-manicomio dove ci pagheremo da soli le nostre celle e il nostro pasto; saranno sempre attenti a monitorarci, noi, i nostri genitori, i nostri insegnanti. Tutti saranno sotto la legge, un test stabilirà tutto, come il chip del lavoro di Futurama. Grazie Zerocalcare che ci ricordi, su larga scala, con leggerezza e allegria, che ciò che conta non si misura.

 

PS: Comunque l’organizzazione sintomatica ossessiva non è il problema, ma la soluzione; come il soggetto si tiene in piedi. Poi la soluzione può essere fonte di nuovi guai... Secondo Freud Zero, Zeno hanno una sintomatologia ossessiva, in cui il godimento invadente è nel pensiero, ma non sono malati più di qualunque altro su questo pianeta, dove in alternativa, si può essere perversi, cioè non patire il reale, ma muoverne i fili.

Se non ci si vuole trasformare in manipolatori, la scommessa è non patire più troppo il reale, divertirsene pure, a volte, senza, tuttavia, mettersi a muoverne i fili, certi fili. Ci sono fili che possono essere toccati e altri no. Ed è diverso per ognuno. Ciascuno a proprie spese, potrà fare le sue scelte.

 

 

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